Sei Donna poi Mamma: Non mi servi più

Non sempre essere Donna e Mamma ha i suoi benefici.

Lo sappiamo bene noi madri lavoratrici. Essere una donna che lavora e che deve anche  badare ai figli, alla famiglia in generale sembra quasi una malattia.

Vi ho già parlato vagamente della mia esperienza qui. Ho passato 9 anni in un’azienda.

All’inizio ero davvero felice. Avevo trovato il lavoro dei miei sogni. Avevo il mio ufficio, il mio capo di allora mi apprezzava e si fidava di me. Ho imparato tanto i primi anni. Sbagliando, facendo bene, trattenendomi oltre orario nonostante avessi allora 3 bimbe piccole a casa, ho sempre dato massima disponibilità al mio datore di lavoro. E ciò è sempre stato apprezzato.

La Frack

Ma le storie belle solitamente durano poco e nella realtà raramente hanno un lieto fine!

Dopo qualche anno l’azienda ha subito un cambio ai vertici. Nuovi capi, nuovi arrivi, nuovi colleghi.

Se succedeva qualcosa la responsabile ero io, se c’era uno sbaglio la colpa era mia. Ogni scusa era buona per essere presa di mira. Prima da una collega che io credevo un’ amica e invece si è dimostrata essere solo una grande serpe. Poi anche da chi rappresentava il capo in azienda.

Prima ero l’amante di quello, poi ero la causa di quell’altro. Poi ero SARDA e quindi facevo parte di un popolo di pecorari fannulloni ignoranti e imbroglioni. Insomma ogni santo giorno il mal di stomaco faceva parte di me.

Mobbing- Immagine dal web

 

Oltre i problemi lavorativi arrivano anche quelli personali.

In concomitanza con questi episodi anche la mia vita familiare subiva un forte cambiamento. Nel 2008 entro in forte crisi con il mio ex marito, dopo averne superato altre, questa sembrava ed era quella definitiva.

L’azienda sentendo odore di ricatto ha colto subito la palla al balzo: Donna, separata, con 3 figlie, ce l’abbiamo in pugno, si piegherà a qualsiasi richiesta.

E’ così è stato purtroppo. Prima vengo demansionata, dal 4° al 6° livello, poi mi viene trasformato il contratto da full time a part time.

Per fortuna entra a far parte della mia vita Roberto.

Nel 2009 dopo tanta sofferenza e dopo momenti di crollo vero nei quali lo ammetto ho anche pensato a decisioni drastiche per mettere fine alle mie sofferenze, è entrato a far parte del mio mondo Roberto, mio marito.

Almeno la mia vita privata ha ricevuto una boccata di ossigeno.

Ho iniziato ad andare a lavoro solo perché mi dicevo che quei soldi mi servivano per le mie figlie, che ormai stavo crescendo da sola. E mi rincuorava il fatto di tornare a casa e di trovare di nuovo una famiglia.

Arriva la quarta maternità e tutto sprofonda.

Nel settembre del 2010 resto incinta di Eros. Una gioia immensa. Lo comunico subito a lavoro. La referente nonché nipote dei capi per tutta risposta mi dice: non vorrei essere nei tuoi panni quando lo comunicherai ai Signori!

E aveva ragione. Quando parlai con loro sembrava quasi gli avessi dato la notizia di un decesso!

Mi sono sentita quasi umiliata, in colpa per essere felice di quella nuova vita dentro di me.

Purtroppo, sicuramente anche per colpa della cattiva aria che si respirava in ufficio, sono stata male e sono stata costretta a mettermi in maternità anticipata.

Eros è nato il 20 giugno 2011 con un cesareo d’urgenza! Il mio bimbo è nato vivo quasi per un miracolo a causa di una malformazione al cordone ombelicale che dalla ventesima settimana mi ha costretta a continui ricoveri.

Non ho ricevuto neanche una telefonata, gli auguri. Niente! Silenzio totale!

Sono rientrata a lavoro subito dopo i 3 mesi di congedo obbligatorio.

E li ho trovato la sorpresa.

L’addetta alle pulizie, la ragazza a cui avevo insegnato cosa fosse l’Iva, come si dovesse rispondere al telefono, come si caricasse un ordine o come si facesse una fattura, che normativa vigesse per le esportazioni, quali erano le varie aliquote da utilizzare, lei, era stata messa al mio posto per sostituirmi giustamente durante la maternità. Usava il mio computer, la mia mail, contenente il mio nome e cognome, aveva preso il mio posto in tutto e per tutto.

Come da legge avrei dovuto rientrare dalla maternità e riavere il mio posto.

E invece NO! La ragazza, senza qualifica e senza inquadramento restava al mio posto.

E io? Io per 3 anni ho passato le mie giornate a scansire atti, fatture di anni precedenti, fare fotocopie, passare il mop nel punto vendita, e fare provvigioni agenti!

Fino a quando mi è stato detto che mentre al mio posto lavorava l’operaia, io avrei dovuto scendere senza alcuna protezione e senza alcuna conoscenza di ciò che andavo a fare in sala lavorazione. L’azienda in questo modo contravveniva ad ogni forma di tutela nei miei confronti.

Non bastava l’essere stata ILLEGALMENTE DEMANSIONATA, sia nella forma che economicamente, avendo una differenza a mio discapito di circa 200€ mensili. Mi veniva ormai in ogni modo perpetrato anche del mobbing nudo e crudo!

Mobbing- Immagine dal web

A un certo punto il mio fisico e la mia psiche hanno ceduto!

Dopo il Natale del 2014  a gennaio 2015 venivo impiegata nell’ Inventario del magazzino, mansione non di mia competenza.

Al rientro a casa avevo la febbre a 39°. NO, non avevo preso freddo. Stavo male dentro. Al solo pensiero di andare a lavoro mi veniva da vomitare! Mangiavo come una disperata poi mi chiudevo in bagno e vomitavo. Ormai la situazione era ingestibile.

Mio marito a quel punto mi ha imposto di restare a casa e di cominciare a curare quello che a tutti gli effetti era ormai un esaurimento nervoso.

Così ho fatto. Mi sono rivolta ad una specialista. E ho cominciato a curarmi stando a casa in malattia. Nel frattempo forse Dio ha voluto darmi un segno e mi ha mandato Alex!

Ho preso coraggio e mi sono rivolta ad un sindacato per far valere i miei diritti.

Ho provato a credere al sindacato. So di avere ragione e di essere nel giusto. Ma sicuramente ho sbagliato a rivolgermi a loro. Avrei dovuto sin da subito rivolgermi ad un Avvocato privato che perseguisse davvero le mie ragioni.

A dicembre del 2016 mi sono licenziata. L’azienda mi ha pagata regolarmente anche il TFR. Ma non gli arretrati derivanti dal demansionamento.

Dal conteggio fatto dall’ufficio vertenza del sindacato al quale mi sono rivolta l’azienda ad aggi avrebbe un debito nei miei confronti di circa 26000 €.

Oggi ho scoperto che tale azienda non ha più gli stessi proprietari.

Ma io voglio andare avanti. Questi soldi sono miei, dei miei figli.

Ho scritto questo post perché troppo spesso mi sento dire che se si denuncia poi noi non si trova lavoro.

Che bisogna accontentarsi perché viviamo in territorio dove la crisi la fa da padrone. Carbonia è considerata tra le province più povere d’Italia.

Mi dispiace ma non la penso così! Non sono io quella che si deve vergognare, non sono io quella che è venuta meno alla parola data.

Sinché continueremo a tacere, ad accettare contratti di lavoro non regolari, finché continueremo a piegarci a questo sistema malato, saremo complici e non cambierà mai nulla.

IO ho voglia di lavorare, ho sempre lavorato. Ma voglio essere pagata, come è mio diritto per il mio lavoro.

Ed essere retribuiti e messi in regola per il proprio lavoro è un SACROSANTO DIRITTO SANCITO DALLA COSTITUZIONE ITALIANA!

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